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Contrada Radicozzo - un pò di storia

N arra Paolo Diacono nella sua Historia Longobardorum: ...erano rimasti in Pannonia per quarantadue anni, la lasciarono il giorno dopo la Pasqua che, secondo il calcolo, era caduta il 1° aprile nell'anno 568 dall'incarnazione del Signore.

Guidati da re Alboino i Longobardi invasero l'Italia tra il 568 ed il 571 conquistando in breve tempo quasi tutta la nostra penisola. Dopo l'invasione i Bizantini conservarono il dominio sulle regioni costiere solo grazie alla potenza delle loro flotte, mentre il dominio longobardo si estese fino ai territori interni della Campania e della Basilicata. L'Italia che era stata sotto il controllo dell'Impero d'Oriente perse così quella unità politica che avrebbe conquistato solo 1300 anni dopo...

Andare così, a ritroso nel tempo per tentare di ricostruire le origini di San Potito Ultra sarebbe impresa ardua, impossibile e perfino inopportuna, dato che su questo argomento, storici e studiosi hanno scritto e condotto ricerche a tutto tondo pervenendo a conclusioni, a volte, piuttosto contrastanti finanche sulla etimologia del nome dell'antica Contrada Radicozzo.

E allora che fare? Dove cercare notizie sulle antiche vicende sampotitesi e soprattutto, come separare notizie vere da supposizioni e verosimili ricostruzioni storiche.

...Quando sul tema delle origini è impossibile gettar luce, perché i cardini su cui gira il discorso storiografico sono ridotti al minimo, è meglio basare le ricerche su dati e notizie ampiamente verificate e tentare di intrecciare una "storia" con fili che altri hanno già dipanato...

Contrada Radicozzo - Luglio 2006

 

Documenti di epoca medioevale, risalenti al 901, attestano che già da allora il territorio dove oggi sorge San Potito Ultra apparteneva al longobardo Erimanno, conte di Conza. Volendo quindi datare la fase embrionale di quello che due secoli dopo comparirà nei documenti come Casale di Santo Petito bisogna inquadrare questo evento nel periodo di trapasso dal dominio dei Longobardi a quello dei Normanni, passaggio di potere che avvenne tra il Mille e il Millecento. I Normanni, provenienti dalla Francia del nord, si insediarono in Italia meridionale tra il 1029 e il 1139 stabilendo i loro primi domi­ni in Campania tra Aversa, Capua, Amalfi, Salerno e Napoli. Probabilmente è in questo periodo storico che la zona di nostro interesse cominciò a prendere la configurazione attuale.

...Una peste decimò la popolazione dell'antica Serpico e gli abitanti scampati fondaro­no Sorbo, Salza e Santo Stefano. San Potito era allora un sito campestre chiamato Contrada Radicozzo e questo è certo perché in un altro documento del 1231, redatto da Guglielmo notaio in Avellino, c'è scritto che Radicozzo era una pertinenza del Castello di Candida, assieme a Lapio, Chiusano e Villa Parolisia (l'attuale Parolise)...

Intanto a Castel Fiorentino presso Lucera in Puglia, colto da una violentissima febbre, l'Imperatore Federico II "Stupor mundi" moriva in pochi giorni: era il 13 Dicembre 1250, aveva 56 anni e da 30 era imperatore.

Federico IICon la sua morte iniziò il crollo della dinastia Normanno-Sveva mentre il tramonto dell'impero medievale iniziò quando papa Innocenzo IV fece sì che gli Angioini scendessero in Italia dalla regione francese dell'Anjou. I nuovi invasori, dopo alterne vicende, il 26 Febbraio 1266 sconfissero nella battaglia di Benevento Manfredi (figlio naturale di Federico II) e il 7 Marzo 1266 entrarono trionfanti in Napoli, dando inizio, con Carlo I, ad una nuova dinastia. La situazione politica precipitò perché le mire espansionistiche di Carlo suscitarono diffidenza non solo nel Papato che lo aveva sponsorizzato nella guerra contro Manfredi, ma ancor più, nei baroni siciliani che vedevano diminuire il loro potere e l'influenza politica ed economica della Sicilia per lo spostamento della capitale da Palermo a Napoli. Tutto questo, sommato ad una dura politica fiscale, creò una generale atmosfera di ostilità contro gli Angioini. La sommossa contro i Francesi si manifestò con i "Vespri siciliani" e tutto ebbe inizio all'ora del vespro del 30 marzo 1282. L'insurrezione dilagò immediatamente su tutta l'isola costringendo alla fuga i Francesi, che però rimasero ancora padroni dell'Italia meridionale mentre la Sicilia passò nelle mani degli Aragonesi.

 

 

Cosa accadde, in questi frangenti, a Contrada Radicozzo? Il luogo cambiò nome: non più Radicozzo ma, finalmente Casale di Santo Petito, così venne indicato nel 1272, ancora alle pertinenze del feudo di Candida, nei cedolari angioini, cioè nei registri del pagamento dei tributi e con la stessa denominazione ricomparve nelle Rationes decimarum del 1326.

Nel 1260 il feudo di Candida risultava di proprietà di Corrado Capece il quale, per aver seguito re Manfredi nella in­fausta battaglia di Benevento, ne fu privato. Per volere di Carlo d'Angiò il feudo passò ai Filangieri, principi di Arianiello e di Satriano, famiglia cresciuta nella considerazione della corte an­gioina sebbene fosse approdata agli alti ranghi dello stato già sotto Ruggero il Normanno. Facendo riferimento alla famiglia Filangieri, il capostipite dei feudatari del Casale di Santo Petito fu Alduino Filangieri che nel 1269 sposò Giovanna de Tricarico, baronessa di Solofra.

Nel 1276 Alduino comprò il feudo che era stato dei Capece. Nel 1284 troviamo tra i feudatari Riccardo Filangieri e nel 1324 Filippo Filangieri. Quest'ultimo, verso il 1340, riunì nelle sue mani il controllo sui piccoli centri confinanti, costituendo la baronìa di Candida che comprendeva San Potito, Arianiello, Parolise, Salza, San Barbato e Serra.

Nel 1382 la corte angioina fu indotta ad affidare a Giacomo Filangieri, figlio di Filippo, la contea di Avellino e da questo momento, per un paio di secoli, l'amministrazione del feudo di Candida e del ter­ritorio di San Potito viene abbinata a quella della contea di Avellino.

La lotta tra Aragonesi e Angioini (1434-1438), che si svol­se per qualche tempo anche in Irpinia, non risparmiò i territori della Contea avellinese, molte terre furono deva­state e anche Avellino subì notevoli distruzioni fino a che tutto il Sannio irpino formò la provincia (Giustizierato) del Principato Ultra con capoluogo Montefusco.

 

La scelta di Montefusco come capoluogo fu dettata dalla posizione di controllo che essa aveva su Benevento, l'antica capitale dei Longobardi posta a valle del Principato Ultra. Il re di Napoli la chiamò spregevolmente petra scandali regni nostri perché ospitava un gran numero di briganti che vi trovavano asilo ed impunità per i crimini commessi nel Regno. Benevento era diventata una enclave pontificia, politicamente pericolosa per il Regno di Napoli e concretamente pericolosa per la sicurezza dei cittadini del Principato.

Giacomo Filangieri morì senza lasciare eredi maschi e con il matrimonio della figlia Caterina con Giovanni Caracciolo, conosciuto come Sergianni, la contea di Avellino passò nelle mani dei Caracciolo. Gran siniscalco di corte, maneggiando tutti gli affari del regno al tempo della regina Giovanna II, Ser gianni Caracciolo, oltre al feudo sampotitese, ottenne anche la facoltà di giu­dicare le cause civili e penali degli abitanti della baronìa di Candida, ma le disposizioni di Giovanna II non furono accettate da Filippo Filangieri, zio di Caterina.

Conosciuto dal popolo come "lo prevete", lo zio di Caterina non gradiva che i possedimenti fin lì tenuti in beneficio dalla sua famiglia, passassero ai Caracciolo per effetto del matrimonio della nipote e degli intrighi di corte e spinto dalla sua voglia di rivalsa pose mano alle ar­mi contro la famiglia antagonista.

La regina Giovanna II, perduta­mente innamorata di Ser gianni, dispose che un distac­camento militare presidiasse Candida, per dissuadere Filippo dai suoi propositi e indurlo alla ragione.

Filippo non volle darsi per vinto, anzi, interpretando la mossa della regina come un principio di assedio, diede fuoco ad alcune case del contado allo scopo di sloggiare dalle loro posizioni gli avversari, ma in breve l'incendio sfuggì ad ogni controllo e divampò investendo l'intero versante meridionale del paese di Candida fino al castello. Dopo questa insensata azione di guerra Filippo "lo prevete" fu costretto ad arrendersi senza condizioni, ma il paese di Candida subì gravi danni e il castello divenne ancora più i­nabitabile per i danni provocati dall'incendio. Fu costruito allora il Palazzo Baronale nella parte alta ma pianeggiante del paese, che la gente di Candida da sempre ricorda come il Palazzo Filangieri, divenuto monumento nazionale nel 1916.

Soprannominato "il re senza titolo" per l'enorme prestigio e per il potere che aveva presso la corte, Ser gianni Caracciolo cominciò a destare serie preoccupazioni negli ambienti vicini alla monarchia angioina, soprattutto dopo la scoperta del suo tentativo di avvicinamento agli Aragonesi, fu perciò la stessa regina ad ordire la congiura che portò al suo assassinio.

 

Infatti il 19 agosto 1432 nelle stanze di Castel Capuano, Ser gianni fu pugnalato a tradimento dai sicari di Giovanna II ed il suo corpo fu poi sepolto a Napoli nella chiesa di San Giovanni a Carbonara.

Alla morte di Caterina Filangieri di Candida, avvenuta a Napoli nel 1447, (ciò che di lei rimane, riposa tutt'oggi in pace nel monumento funebre posto nel santuario benedettino di Montevergine) il feudo di Avellino e di Candida passò nelle mani del figlio Troiano Caracciolo che divenne anche Duca di Melfi e di Venosa, Conte di Avellino e Barone di Frigento.

Nel 1432 Troiano aveva sposato a Napoli, la nobildonna Maria Caldora figlia di Jacopo Duca di Bari dalla quale ebbe due figli, il primo Sergianni II che fu duca di Melfi, ed il secondo Giacomo Caracciolo che fu il sesto conte di Avellino.

Nel 1460 in casa di Sergianni II duca di Melfi, in occasione del matrimonio di suo figlio Troiano II con la figlia del Conte Capaccio Sanseverino, cominciò ad ordirsi la famosa congiura dei baroni contro il Re Ferdinando I D'Aragona.

In conseguenza di questa congiura tutti i feudi dei Caracciolo furono saccheggiati e quasi distrutti dagli avversari. Giacomo Caracciolo supplicò ed ottenne il perdono del re, che gli prodigò cortesie, anzi, lo scelse addirittura come suo consigliere, ma dopo qualche tempo i Caracciolo si ribellarono nuovamente, questa volta ebbero salva la vita, ma furono privati di tutti i feudi.

Nei cinquant'anni seguenti il Regno di Napoli diviene og­getto di contesa tra i sovrani di Francia e di Spagna, nel 1501 Federico IV, ul­timo Aragonese, fu costretto a riparare in esilio.

Francia e Spagna regolarono i conti con una guerra in cui ebbero la me­glio gli spagnoli. Nello stesso anno Napoli accolse con entusia­smo le truppe di Consalvo di Cordoba, senza rendersi conto che da quel momento diveniva capitale di un vicereame e non di un regno indipendente. Il dominio spagnolo durerà fino al 1734 e sarà il periodo più infelice e deleterio nella storia del Mezzogiorno.

 

In questo periodo il feudo di Candida fu ceduto ad un alto ufficiale spagno­lo e finì in eredità a Maria de Cardona, contessa di Avellino e marchesa di Padula, donna di grande cultura che si dedicò alla poesia, alla musica e alla conoscenza delle Sacre Scritture. La contessa morì senza figli. Il feudo rientrò nella disponi­bilità della regia corte che nel 1468 lo vendette e poi lo ricom­prò insieme con i feudi che formavano da lunga data quasi un corpo solo: Chiusano, San Mango, Candida e San Potito.

Nel 1590 i quattro feudi furono venduti a Vittoria De Sangro, marchesa di Montefalcione, che cedette Candida a Lucrezia Moscato di Serino, moglie di Giovambattista Magnacervo, anch'egli serinese e feudatario di Pulcarino (oggi Villanova del Battista).

Giovambattista Magnacervo morì nel 1591 e venne sepolto nella chiesa di Sant'Agostino, dove riposava Filippo Filangieri. Lucrezia, l'anziana vedova di Giovanbattista, nel suo testamento datato 15 luglio 1647, chiese di essere sepolta in Sant'Agostino, lasciando la disposizione agli eredi che: "per spatio di anni dieci ogn'anno nel dì di sabato santo si debiano panizzare due tomola di grano in panelle e darnosi a' poveri".

Dal 1609 al 1631 fu barone di Candida Scipione Magnacervo, apprezzato negli ambienti letterari per le sue poesie. Nel 1641 il feudo era ancora degli ultimi eredi Magnacervo, e più precisa­mente di Vincenza Magnacervo, moglie di Giovanni Ossorio de Figueroa, marchese di Villanova.

Nel 1671, con atto del notaio Donato Antonio Cesario di Napoli, Giovanna Ossorio de Figueroa figlia di Giovanni, lo vendette per 1100 ducati alla marchesa di Rocchetta Antonia Maria Merello che dichiarò di aver fatto l'acquisto in nome del duca di Diano Carlo Calà.

Successivamente il feudo passò, come si legge nel cedolario della provincia del Principato Ultra, al marchese Giovan Battista Valdetaro, di lei nipote. Quindi a Giulio, primogenito di Giovanbattista.

E finalmente a Giovan Battista Valdetaro juniore, figlio di Giulio. Questi il 25 settembre 1753, attra­verso il notaio Giuseppe Volpe di Napoli, fece suo procuratore il dot­tor Gregorio Corrado per dichiarare che detto feudo spettava a Filippo Maria Ossorio y Figueroa olim Calà, tanto nel proprio nome quanto concessionario del duca di Diano Carlo Calà, a beneficio del quale la Merello aveva effettuato la compra.

Nel 1771, sotto il governo dei Borboni e con decreto di preambolo della Gran Corte della Vicaria fu dichiarato e­rede dei beni feudali di Filippo Maria marchese di Villanova il figliuolo primogenito Giovan Battista Ossorio de Figueroa Calà. Questi ebbe l'ultima intestazione feudale della terra di San Potito nel regio cedolario. Era il primo luglio del 1789, l'anno della ri­voluzione Francese. Dieci anni dopo, il 1799 i Francesi scesero in Italia e fondarono la Repubblica partenopea.

In Irpinia saccheggiarono Avellino, incendiarono MercogIiano, salvarono Ariano che simpatizzò con loro almeno fino a quando non le imposero tributi insostenibili. Il ritorno di Ferdinando IV a Napoli provocò una feroce repressione, in cui furono coinvolti numerosi Irpini, ma con la vittoria di Napoleone a Marengo (14 giu­gno 1800), tutta l'Italia ricadde sotto il predominio francese.

Nel 1806 venne abolito il feudalesimo e il giorno 8 agosto dello stesso anno Avellino divenne capoluogo di provincia al posto di Montefusco.

Durante il regno di Gioacchino Murat, genero del Bonaparte, si formarono an­che in Irpinia le società segrete, ma furono necessari ancora quarant'anni di lotta per decretare la fine dei Borboni. Nel Settembre del 1860, nel governo provvisorio di Garibaldi, fu nominato governatore della provincia di Avellino Francesco de Sanctis che il 16 Ottobre dello stesso anno, con un proclama, invitò tutti gli Irpini a votare per l'Unità d'Italia.

 

Un libero adattamento tratto da

San Potito Ultra frammenti di vita irpina

Scritto nel 1994 da Salvatore Iannaccone

Medico Chirurgo nato a San Potito Ultra

 

 


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