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La Vetrina dei ricordi

Una "storia" di San Potito Ultra

un pò...anticlericale e un pò...garibaldina

 

Dalle sudate carte del cav. Domenico Vizzone è venuto alla luce un "documento" battuto su un vecchio foglio di carta velina con una vecchia macchina per scrivere. Di questo scritto non è dato sapere l'autore, il quale racconta in poche "battute di tasti" ed in maniera del tutto originale le origini di Contrada Radicozzo, alias San Potito Ultra. Fantasiosa o vera che sia, vale la pena dare uno sguardo a questa "storia" fedelmente trascritta dall'originale.

 

Ogni Comune, sia pure piccolo, ha la sua storia e la sua leggenda

 

Cav. Domenico VizzoneGli uomini cercano nella nebulosità del passato di attribuire alle cose, alle quali sono legati, fasti e glorie. Poi tutto si perde nel tempo e viene fuori la leggenda alla quale non si può prestare alcuna fede. La storia invece si basa su dati e fatti ed a questa ci si deve rivolgere per conoscere la verità.

Secondo la leggenda S. Potito si chiamava Radicozzo e fu distrutto al tempo dei Romani. La sua ubicazione era verso la cava di pietre attuale. Un santo e precisamente S. Potito si fermò sulle rovine di questo centro e fondò l'attuale paese. Difatti a Montevergine si trova il corpo di S. Potito. Tale fondazione avvenne verso il IV secolo dopo Cristo.

Questa è leggenda.

Via LammiaStoricamente invece S. Potito è di recente costruzione ed era feudo dei conti Filangieri di Candida, nel 1860 si distaccò da essi e si eresse a comune autonomo. Il primo nucleo è verso Via Antica, la casa abitata da Rullo Pellegrino era in origine un convento e di fronte all'ingresso vi sono vecchie lapidi che attestano l'anno della loro posa. La chiesa madre non era quella attuale, ma la chiesa di S. Antonio con annesso campanile. Sia la chiesa che il campanile furono costruiti un po' lontani dal centro abitato che man mano si è venuto estendendo ed ha fatto risultare la chiesa proprio al centro. Sul campanile si vede una lapide con l'anno di costruzione. Difatti la parte più nuova di San Potito è il Corso Umberto I detto volgarmente Capocasale.

Culti

A riprova del fatto che la chiesa madre era quella di S. Antonio c'è che attualmente la parrocchia di San Potito, è denominata parrocchia di S. Antonio abate. Il santo più venerato a quei tempi era appunto S. Antonio. Con l'andare degli anni il culto di Maria SS. del Soccorso, ha soppiantato quello di S. Antonio. La vergine del Soccorso è venerata nel napoletano e principalmente a Forio d'Ischia. Ella è protettrice dei naviganti e da qualche bagnante fu introdotta a San Potito.

 

Famiglie

La famiglia più antica e storicamente accertata è quella dei Cindolo.

Il cognome Amatucci, Moschella è un cognome prettamente locale. Tutti gli altri sono provenienti da altre zone: Santulli da Monteforte, Maffei da Parolise, Natellis da Solofra, Tedeschi da Atripalda, Mauriello da Caltanisetta.

Famiglia molto illustre di S. Potito sono i marchesi Calò di Villanova che fuori dell'abitati si costruirono un grande palazzo e di fronte si fecero la chiesa (palazzo Marchese).

I Baroni Amatucci vennero successivamente e la loro casata è molto antica. Pare sia proveniente da Ancona. Oltre i due palazzi suddetti v'è quello Natellis, di cui non si sa ben chi sia stato il primo proprietario. Il palazzo Maffei era in origine dei Laudisio, poi passò a Tecce di Torre le Nocelle ed infine ai Maffei. Quello dei Tedeschi era di proprietà Picone.

Questi trapassi sono avvenuti per matrimonio.

Nelle guerre risorgimentali S. Potito ha partecipato vivamente all'unità d'Italia. V'è un libro scritto dal professor Tecce che riguarda appunto il periodo garibaldino. Con i Garibaldini si schierarono il capitano Tecce ed il tenente Santulli. Contro di essi vi era l'arciprete Picone.

I due ufficiali con un gruppo di compaesani presero parte all'azione che si svolse a Montefalcione e si distinsero per il loro valore. Questo gruppo, avendo gli insorti preso il sopravvento in quel comune, si recarono colà per innalzare di nuovo il tricolore. Ma sopraffatti da forze soverchianti con pochi coraggiosi di quel paese si fortificarono in un convento. Restarono assediati per diversi giorni respingendo ogni attacco, finché non furono liberati da rinforzi garibaldini provenienti da Avellino.

( ...X l'amico Vizzone Domenico )

 

 

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